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Rapporto 2017


Giancarlo Morandi
Presidente di Cobat

Immaginate una città in cui non esista la parola “buttare”. In cui le persone utilizzino oggetti fabbricati per essere riutilizzati, smontati, rimontati e dalle cui ceneri, una volta dismessi, rinascano altri beni. Utopia? Mica tanto. Quella città ideale, a cui noi di Cobat stiamo lavorando da 30 anni, adesso, in Europa e in Italia, potrebbe diventare non soltanto reale, ma addirittura normale. E quello che sembrava solo il mito dell’Araba Fenice, l’uccello che rinasceva dalle proprie ceneri dopo la morte, ora diventa principio e legge di un intero continente: l’economia circolare.

Affinché il sogno dell’economia circolare non rimanga tale, la legge è fondamentale, ma non basta. La miccia partita dal Parlamento Europeo, che ha approvato definitivamente il Pacchetto sull’Economia Circolare, arriverà nemmeno troppo lentamente in Italia, che dovrà recepire le nuove direttive. Ma per rendere vivo quel fuoco di rinascita servirà il lavoro di tutti.

Cobat attende da tempo questa sfida. Del resto, è questo lo spirito con cui, nel 1988, nacque per risolvere il problema ambientale delle batterie al piombo, che troppo spesso finivano disperse nel territorio, trasformandolo in un’opportunità economica per il Paese, che in quegli accumulatori esausti trovò una nuova miniera di materie prime. È quello stesso spirito che ha portato il Consorzio ad applicare il metodo Cobat anche ai RAEE, i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Il principio dell’economia circolare, anche se ancora non sapevamo che si chiamasse così, ci ha guidato quando, in anticipo sulle normative nazionali ed europee, abbiamo creato la prima filiera per la raccolta e il riciclo dei moduli fotovoltaici. E lo stesso abbiamo fatto, continuiamo e continueremo a fare, con gli pneumatici e tante altre tipologie di prodotti di nuova generazione, su cui è necessario investire in ricerca, per arrivare ai fuochi di segnalazione e pirotecnici, con la promozione del nuovo consorzio Cogepir.

Oltre all’impegno dei consorzi, serve la lungimiranza dei produttori. Perché per creare un nuovo prodotto è necessario anche pensare a come potrà essere smontato e riciclato facilmente. Anche nel caso dell’Ecodesign le norme esistono, ma per metterle in pratica – e di conseguenza mettere davvero in circolo l’economia – bisogna avviare un vero dialogo tra chi i beni li fabbrica e chi li restituisce a nuova vita. È una questione di responsabilità. Innanzitutto da un punto di vista legale, visto che i produttori e gli importatori hanno la “responsabilità estesa” – come scritto nelle norme – nella gestione del fine vita di tutto ciò che immettono sul mercato. Ma anche e soprattutto da un punto di vista organizzativo, perché sono loro il primo anello di una catena destinata a ricongiungersi.

Nella nostra città ideale, che vorremmo tanto fosse reale, siamo tutti seduti alla stessa tavola rotonda: chi produce, chi ricicla e anche chi utilizza i beni, i consumatori, a cui non possiamo chiedere un cambio di abitudini senza prima metterli nelle condizioni di beneficiare davvero dei vantaggi dell’economia circolare. A questo punto quella città, invisibile fino ad oggi, si paleserà finalmente ai nostri occhi, come se ci fosse sempre stata, trasformandosi nella migliore delle città vivibili.

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